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L’ictus è un problema della salute pubblica di sempre maggior rilievo dal momento che l’invecchiamento della popolazione sta portando ad un aumento del numero di questi casi nei paesi occidentali.
L’incidenza aumenta progressivamente con l’età raggiungendo il valore massimo negli ultra ottantacinquenni. Il 75% degli ictus colpisce i soggetti di oltre 65 anni e con eguale frequenza nei due sessi.
L’ictus rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie, la seconda causa di demenza e la prima causa d’invalidità permanente con pesanti ricadute socioeconomiche.
Ogni anno, in Italia, vi sarebbero quasi 200.000 nuovi casi d’ictus, di cui il 20% circa muore entro il primo mese dall’evento e circa il 40% dei sopravvissuti si ritrova con esiti gravemente invalidanti.
Sono stati individuati numerosi fattori di rischio, ognuno dei quali con un peso diverso nel determinare un aumento della probabilità d’insorgenza di un episodio cerebrovascolare.
L’ipertensione arteriosa risulta, indubbiamente, uno dei più importanti fattori di rischio. Basti pensare che, attualmente, in Italia, ci sono 19.800.000 ipertesi di cui ben controllati dalla terapia risultano essere solo il 25 %, la punta di un iceberg importante dove il rischio di evento cerebrovascolare aumenta nettamente anche in relazione con altri fattori di rischio associati.
Il crescente impiego di tecniche innovative e non invasive, quali l’ecocardiografia sia transtoracica che transesofagea, l’eco Color Doppler dei tronchi sovraaortici, l’impiego routinario della tomografia assiale computerizzata e della risonanza magnetica a livello cerebrale, ha consolidato la stretta relazione tra cuore e cervello, affermando la necessità di uno studio cardiologico approfondito in questi pazienti. Le interazioni neuro – cardiache hanno evidenziato che una buona parte degli episodi ischemici cerebrali hanno un’origine emboligena a livello cardiaco e la frequente associazione della malattia coronarica con quella cerebrovascolare. L’aterosclerosi si sviluppa in tempi e modi diversi nei vari distretti ed in particolare il suo sviluppo coronarico è più precoce rispetto a quello carotideo in modo tale che, quando le lesioni carotidee diventano sintomatiche, la coronaropatia è spesso già severa.
In pazienti che hanno presentato un episodio ischemico transitorio o un ictus vero e proprio il rischio d’infarto miocardico fatale, nei cinque annsi successivi, è superiore al rischio di morte per causa cerebrovascolare, lo stesso dicasi per i pazienti con stenosi o soffi carotidei asintomatici oppure sottoposti ad endoarterectomia carotidea.
Vista l’importanza dell’argomento e la peculiarità specialistica del nostro IRCCS, ci siamo proposti di iniziare questo ciclo delle Giornate Cardiologiche Camilliane con questo tema, partendo dalla fase acuta per giungere fino alla prevenzione secondaria e alla fase neuroriabilitativa, cardine fondamentale di un paziente colpito da ictus per il suo reinserimento sociofamiliare ed eventualmente anche lavorativo.
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